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San Donà non dimentica l’esempio di Attilio Manca

Conferenza dedicata al medico che fu ucciso dalla mafia, senza che mai sia stata fatta giustizia. Tra i relatori il fratello Gianluca
03/04/2025

Con una conferenza, tenutasi sabato 29 marzo al centro culturale “L. Da Vinci”, anche quest’anno la città di San Donà di Piave ha ricordato la figura di Attilio Manca. Giovane luminare dell’urologia, nato a San Donà, Attilio Manca fu ucciso dalla mafia nella sua casa di Viterbo nel febbraio 2004, a soli 35 anni, dopo che gli era stato proposto, come paziente, rifiutandosi di prenderlo in carico, il potente boss Bernardo Provenzano, all’epoca latitante, come conclude l’inchiesta parlamentare sulla sua vicenda, approvata all’unanimità nella scorsa legislatura.

Alla conferenza, atto conclusivo di una serie di eventi che hanno ricordato alcune vittime di mafia, è stato presentato il libro “Le vene violate: dialogo con l’urologo siciliano ucciso non solo dalla mafia” (Armenio, 2019), alla presenza dell’autore, Luciano Armeli Iapichino. Sono intervenuti anche Gianluca Manca, fratello di Attilio, Annalisa Insardà, attrice e voce narrante, e Stefano Ferraro, consigliere comunale di S. Donà e amico personale di Attilio.

A portare i saluti dell’Amministrazione, il presidente del Consiglio comunale, Massimiliano Rizzello, che ha sottolineato nel suo intervento l’adesione convinta di San Donà ad Avviso pubblico (importante associazione di enti locali e regioni che promuove la legalità), con l’auspicio di ospitare presto in città un convegno dell’associazione.

“Questa è una storia dove la giustizia non è uguale per tutti, una storia di una famiglia che chiede giustizia”, esordisce Insardà. “Ma è anche storia di rabbia civile e di una famiglia per bene alle prese con una banda di feroci mistificatori”, le fa eco Iapichino.

Per capire di più di questa vicenda, bisogna tornare a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), città d’origine della famiglia Manca e sede di una potente cosca mafiosa, che curò in più fasi la latitanza di Provenzano. A seguito di un’operazione alla prostata, condotta nella totale impunità, a Marsiglia, nell’autunno 2003, Provenzano iniziò un periodo di convalescenza a Viterbo, città dove lavorava Attilio Manca, che, qualche mese dopo, venne trovato morto nel suo appartamento, in circostanze alquanto sospette.

Iniziò qui il calvario, vissuto sulla pelle viva dalla famiglia, fatto di depistaggi, menzogne e umiliazioni innalzate, come un castello di carte, contro il medico: “Tra queste la decisione di non ammettere la famiglia come parte civile nel processo - ricorda Iapichino -. Per questo, quando parlo di Attilio Manca sono sempre combattuto tra la moderazione e la rabbia. Solo in Italia può accadere che un’eccellenza del Paese, come Attilio era, venga infangata”.

È, quindi, intervenuto il fratello, Gianluca, che in questi anni non ha mai smesso di chiedere giustizia: “La morte di mio fratello è stata vissuta in famiglia come un trauma devastante, che ha cambiato le nostre vite. Oggi, a distanza di anni, mi sento uno sconfitto: speravo che la giustizia facesse il suo corso. Ma Barcellona Pozzo di Gotto, ancora oggi, è governata da coloro che l’hanno impoverita. Sono, poi, consapevole che la procura di Viterbo, al tempo, non fece tutto per trovare la verità. Purtroppo, c’è di mezzo la trattativa Stato-mafia: se la verità non emerge è perché molte persone che compongono la nomenclatura italiana occupano in modo indegno delle poltrone. Finché queste persone saranno lì, la verità non emergerà”.

Gianluca Manca, tuttavia, conclude il suo intervento all’insegna della speranza: “Ho fiducia nei ragazzi che, scevri da condizionamenti, sapranno fare la differenza”.

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