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Terremoto in Myanmar, la voce dei missionari: “Molti luoghi irraggiungibili, situazione disastrosa”

Le notizie dall’ex Birmania arrivano con i contagocce, la Giunta militare che governa l’ex colonia britannica non ammette giornalisti, ma, a quanto è trapelato, metà delle costruzioni di Mandalay sarebbero collassate, grossi danni anche in palazzi governativi si registrano nella capitale, Naypyidaw, come pure nella zona turistica del lago Inle, in tutta la fascia pedemontana. Il punto di rottura è avvenuto lungo la faglia di Sagain, città in cui si è registrato l’epicentro, dalla quale non arrivano notizie, perché sotto controllo dei ribelli del Nord
03/04/2025

A Yangoon il telefono di Livio Maggi squilla mentre sta preparando cibo e medicinali da inviare a Mandalay, la metropoli da un milione di abitanti gravemente colpita dal sisma di magnitudo 7,7 che venerdì 28 marzo ha sconvolto il Myanmar. Direttore di New Humanity, una ong emanazione del Pime, vive nel Paese del Sud est asiatico da 11 anni, dopo una lunga esperienza in Thailandia, tuttavia Maggi non ricorda una situazione simile.

“Non si tratta certo del primo terremoto da quando vivo in Myanmar, ma non avevamo mai provato una scossa di questa portata - racconta -. Qui a Yangoon i danni sono stati molto lievi, possiamo dire che tutto si è risolto in un grande spavento, ma a Mandalay la situazione è disastrosa”.

Le notizie dall’ex Birmania arrivano con i contagocce, la Giunta militare che governa l’ex colonia britannica non ammette giornalisti, ma, a quanto è trapelato, metà delle costruzioni di Mandalay sarebbero collassate, grossi danni anche in palazzi governativi si registrano nella capitale, Naypyidaw, come pure nella zona turistica del lago Inle, in tutta la fascia pedemontana. Il punto di rottura è avvenuto lungo la faglia di Sagain, città in cui si è registrato l’epicentro, dalla quale non arrivano notizie, perché sotto controllo dei ribelli del Nord: raggiungerla è pressoché impossibile per il personale internazionale attivo nel Paese, le condizioni delle vie di comunicazione e le concessioni fornite dal regime non consentono interventi immediati. La conta delle vittime e dei feriti, pertanto, a oggi è pressoché impossibile. “Dopo il sisma ci siamo attivati subito - riprende Maggi -, in questi giorni, realizziamo un primo invio di materiale necessario, nelle prossime settimane daremo vita a un piano di interventi completo, coinvolgendo anche alcuni medici. Devo dire, tuttavia, che la piccola comunità italiana presente in Myanmar, a partire dall’ambasciatore, si è subito mobilitata e ha offerto i primi aiuti, ognuno secondo le proprie possibilità. Certo, siamo di fronte a una tragedia, è difficile dire se e come il Paese ne uscirà”.

Dall’altra parte del confine, nel Nord della Thailandia, dal 2000 è attiva la missione triveneta con sede nella diocesi di Chiang Mai. Anche qui la scossa è stata formidabile, ma, fortunatamente, non ci sono stati feriti, e anche i danni alle cose sono limitati, solo alcuni complessi della città sono stati dichiarati inagibili. “Lo spavento è stato enorme - conferma don Raffaele Sandonà, missionario della diocesi di Padova, in sevizio presso la cattedrale di Chiang Mai -. Edifici e infrastrutture hanno oscillato pericolosamente, ma non si sono verificati episodi drammatici, come a Bangkok: il crollo di quel grattacelo in costruzione ha fatto molto scalpore, ma forse è dovuto anche alla scarsa qualità delle materie prime utilizzate”.

Comunità piccole o grandi di birmani, sono presenti in tutto il Paese. L’immigrazione dal vicino Myanmar non si è mai fermata, prima attratta dalla crescita economica della Thailandia, poi dalle condizioni in cui la popolazione viene sottoposta dal regime militare. “Nel territorio della nostra diocesi - riprende don Sandonà - esistono tre campi per i profughi birmani, controllati dalle forze dell’ordine, in cui si trovano circa 5 mila persone”.

Don Bruno Rossi, anch’egli missionario padovano, risiede in Thailandia da 25 anni, a Lampang segue un centro per ragazzi originari di villaggi rurali e montani che lasciano casa per studiare e, attraverso il progetto Laudato si’, sostiene gli agricoltori locali con la produzione di caffè (famoso il caffè Bruno) e cacao. “Dopo il terremoto, per due giorni qui non si è parlato che di Bangkok - racconta -. Nessuno faceva riferimento al Myanmar, sembrava che il sisma si fosse verificato in Thailandia. Il dramma ha rivelato come il Paese sia concentrato su se stesso, non esattamente pronto a occuparsi e preoccuparsi degli altri. E, soprattutto, ha preso coscienza che fenomeni che apparentemente non lo riguardano possono, invece, influire gravemente sulla situazione interna. È come se a molti thailandesi, governanti compresi, si fossero aperti gli occhi sulla situazione che attraversa il Myanmar”.

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