venerdì, 04 aprile 2025
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#vorreirestareacasa. L’emergenza vissuta dai senza dimora

Stare a casa per fermare il contagio da Covid-19. E’ quanto ha chiesto il presidente del Consiglio a tutti gli italiani, ma chi non ha una casa, come fa? E’ questa la domanda che sta circolando in queste ore tra chi si occupa di senza dimora. 

Stare a casa per fermare il contagio da Covid-19. E’ quanto ha chiesto il presidente del Consiglio a tutti gli italiani, ma chi non ha una casa, come fa? E’ questa la domanda che sta circolando in queste ore tra chi si occupa di senza dimora. Una domanda che si aggiunge a tante altre, come ad esempio quelle su come gestire i centri di accoglienza per evitare che la presenza di un contagio porti alla chiusura di servizi che per i senza dimora sono essenziali. Per questo, Binario 95 lancia una campagna parallela con l’hashtag #vorreirestareacasa per richiamare l’attenzione anche sulle difficili condizioni che le persone senza dimora e i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare. “Le stime Istat parlano di 50 mila persone senza dimora, di cui 7 mila solo a Roma - spiega Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95 e direttore dell’Osservatorio nazionale della solidarietà nelle stazioni italiane -. Tuttavia, noi abbiamo contato nell’ultimo anno 20 mila persone che hanno chiesto aiuto alla sala operativa a cui si aggiungono le 12 mila persone che vivono nelle strutture occupate di Roma, le circa 5 mila presenze nei campi rom della Capitale. Con quelli non intercettati arriviamo alle 40 mila persone che non hanno una struttura abitativa o un contesto che possa favorire la possibilità di gestire una situazione critica come questa”. Il problema riguarda tutti, non solo i senza dimora, spiegano al Binario 95. “Oltre a non avere una casa nella quale isolarsi - spiega una nota -, le persone senza dimora sono comunque costrette ad utilizzare le mense per nutrirsi e i centri di accoglienza per dormire, entrambi luoghi in genere affollati e promiscui, nei quali la distanza minima non può essere, in molti casi, rispettata. Chi non ha un’abitazione, inoltre, pur avendo compreso la gravità della situazione e sforzandosi con buona volontà di rispettare le regole, ha molta difficoltà ad adeguarsi alle norme igieniche di base previste dal Dpcm per non parlare della complessità nel reperire i dispositivi di protezione, perché non ne ha le possibilità economiche”. Spiega la nota che i servizi attuali, quali centri di accoglienza e dormitori, non sono ancora in grado di garantire assistenza agli ospiti che potrebbero risultare positivi al tampone: “Nel caso in cui un solo ospite si ammalasse, tutta la struttura potrebbe essere preclusa e, se messa in quarantena, verrebbe meno il servizio per altre decine di utenti”. Serve uno sforzo congiunto tra pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore per evitare la chiusura dei servizi, ma anche per predisporre luoghi per un potenziale autoisolamento per le persone senza dimora che dovessero essere malate. “Dobbiamo proteggere le persone senza dimora che ospitiamo e tutelare il lavoro dei nostri operatori. Chiediamo alle istituzioni, comunali in particolare, di non lasciarci soli ed iniziare a pensare da subito alla possibilità di predisporre dei luoghi dedicati alla quarantena di chi una casa non la ha”. L’emergenza, inoltre, deve portare anche a “rivedere il sistema di accoglienza, ripensando il ruolo dei centri e dando il giusto valore all’estrema responsabilità di cui si fanno carico nel supportare persone che non hanno altre forme di supporto, come la famiglia. Bisognerà ripensare agli investimenti sull’housing, all’importanza di centri più piccoli, al dialogo con il servizio sanitario. L’emergenza sta cambiando la nostra vita. Speriamo che questo cambio non escluda ancora di più chi vive ai margini”.

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