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Siria, ritorno alla guerra



“Più che l’attacco in sé, che era prevedibile, ci ha sorpreso la velocità con cui è avvenuta l’operazione dei gruppo di islamisti, che è frutto di una crisi, quella siriana, che mai è stata risolta in questi anni”. A parlare, da Aleppo, storica città del nordovest della Siria, già rasa al suolo nelle prime fasi del conflitto, iniziato nel 2011, è Davide Chiarot, referente di Caritas italiana per la Siria.
Chiarot, originario di Portogruaro, è nel Paese mediorientale da circa due anni. In precedenza, per ben 14 anni, tra il 2006 e il 2020, ha vissuto nella casa della Carità di Treviso, dove, con Caritas tarvisina, aveva dato vita a una comunità, con giovani vicini al movimento dei Focolari, che, tra le altre cose, prestava servizio nella struttura.
Ora, si trova nel punto più “caldo” e problematico della nuova fase del conflitto, che è stata avviata, con un’azione fulminea, dalle milizie formate dai ribelli jihadisti filo-turchi del gruppo Hayat Tahrir al-Sham, lo scorso fine settimana. “Confinati”, finora, nella non lontana città di Idlib, i ribelli si sono diretti verso Aleppo, non trovando resistenza e conquistandola in poche ore. Appoggiate dalla Turchia, le milizie hanno “approfittato” del fatto che Russia e Iran, principali alleati del presidente siriano Bashar al-Assad, sono, al momento impegnati in altri fronti. Bombardamenti da parte dei russi stanno, in questi giorni, rallentando l’avanzata degli islamisti, inizialmente proseguita anche dopo la conquista di Aleppo.
La situazione, in città, racconta il referente Caritas, “è paradossale e può cambiare di ora in ora. Gli attacchi si alternano a momenti di maggiore calma. La cosa fondamentale è che, al momento, nessuno riesce a uscire dalla città, che è fondamentalmente isolata. Un convoglio Onu, al quale mi sarei aggregato, ha dovuto rinunciare all’idea di cercare di raggiungere Homs o Damasco. La gente è molto impaurita, ma la maggior parte dei negozi è aperta, ed è terminato il coprifuoco. Non nego che, in ogni caso, a farla da padrona è la preoccupazione per il futuro. Certo, non ci aspettavamo questa accelerazione, anche se non possiamo essere del tutto sorpresi, visto che il conflitto non è mai stato risolto e covava sotto la cenere, e considerato il contesto del Medio Oriente, dopo gli attacchi a Gaza e al Libano. In città, finora, erano presenti anche i curdi, vedremo i prossimi sviluppi, che sono difficilmente prevedibili”.
Una grande preoccupazione riguarda, comprensibilmente la situazione umanitaria. “Il punto di partenza è già drammatico, anche in seguito al terremoto del febbraio 2023, se consideriamo che la Siria è il Paese al mondo con il maggior numero di rifugiati, con 11 milioni di profughi interni e con il 90 per cento della popolazione che è sotto la soglia di povertà. Come ho detto, siamo isolati e c’è preoccupazione per le risorse idriche. Molti, sui tetti, hanno dei depositi pieni d’acqua, e quindi non si tratta di un’emergenza immediata. Ma l’inverno è alle porte, mancano carburante ed energia elettrica. Con Caritas italiana abbiamo attivato progetti di assistenza medica, qui accedere alle cure è un lusso”.
Altra questione aperta, soprattutto guardando al Paese nel suo complesso, è quella dei profughi, con una spola drammatica e continua tra Siria e Libano. Come è noto, il Paese dei Cedri, durante le fasi più acute del conflitto siriano, era diventato, in pratica, un “immenso campo profughi”. Le scorse settimane, invece, dopo gli attacchi israeliani, erano stati molti libanesi a cercare rifugio in Siria. “Ora - dice Chiarot - i libanesi stanno tornando nel loro Paese. Dove trovano una situazione tutt’altro che stabilizzata, nonostante l’accordo raggiunto sul cessate il fuoco. Mentre, “per quanto riguarda i movimenti interni, subito dopo l’attacco e prima della chiusura di tutti i corridoi, ci sono state file interminabili di mezzi che lasciavano Aleppo”.
Caritas italiana, nel frattempo, si appresta a intervenire in modo ancora più massiccio per aiutare la popolazione siriana: “Alcuni progetti, per esempio legati alla formazione dei giovani, alla riconciliazione, sono per forza sospesi. Con i nostri partner abbiamo già fatto il punto della situazione, consapevoli che gli aiuti umanitari, già in precedenza, erano un’urgenza”. Difficile, invece, fare previsioni sull’immediato futuro: “Bisogna vedere l’entità della risposta delle forze regolari appoggiate dai russi. Idlib, roccaforte dei ribelli, sarebbe ora sotto bombardamenti. La situazione è molto incerta e instabile”.